– Il suo nuovo libro documenta cinquant’anni di commissioni vaticane sul diaconato delle donne. Cosa ha scoperto, nello specifico, negli archivi che non fosse già noto al pubblico? È diffusa la convinzione che, anche se nell’antichità fossero esistite delle diaconesse, il loro non fosse un diaconato sacramentale legato all’ordinazione, ma semplicemente un ministero ausiliario. Cosa sappiamo effettivamente a riguardo?
«Bisognerebbe leggere il mio nuovo libro The Vatican and Women Deacons (Orbis Books, 2026) per cogliere l’intero percorso del lavoro segreto delle commissioni vaticane sulla questione delle diaconesse, che venivano ordinate sacramentalmente nella Chiesa. Una delle appendici del libro riporta (nell’originale latino) una liturgia di ordinazione dell’VIII secolo per l’ordinazione di un diacono. Le rubriche della liturgia indicano di utilizzare i pronomi corretti quando si ordina un uomo o una donna.
Nessun argomento contrario
– Una delle argomentazioni contro le diacone sostiene che il diaconato, il sacerdozio e l’episcopato costituiscano un unico sacramento dell’ordine sacro; pertanto, se il sacerdozio sacramentale è riservato agli uomini, lo stesso deve valere per il diaconato. Perché, secondo lei, questa argomentazione non porta a una conclusione definitiva?
«Non esiste alcun argomento teologico, storico e nemmeno antropologico che impedisca alle donne di ricevere l’ordinazione diaconale. A partire dal XII secolo, la legge stabiliva che nessuno potesse essere ordinato diacono a meno che lui (e solo lui) non potesse essere ordinato sacerdote. Con il suo motu proprio Omnium in mentem (2009) papa Benedetto XVI ha rafforzato gli insegnamenti del concilio Vaticano II che separano chiaramente gli ordini (cf. Lumen gentium, n. 29) e ha ribadito quanto già pubblicato nel Catechismo della Chiesa cattolica: il diaconato e il sacerdozio sono ordini distinti».
L’ostacolo è culturale
– Lei sostiene che l’ostacolo al diaconato delle donne oggi non sia teologico ma culturale. Potrebbe spiegare esattamente in cosa consiste questa barriera culturale? E come può essere superata, se la teologia stessa non è l’ostacolo?
«Nella sua risposta alla domanda della responsabile per l’Europa delle équipe sinodali (incontrate il 24 ottobre 2025) papa Leone XIV ha affermato che l’ostacolo alla presenza delle donne in ruoli di leadership e al loro reinserimento nel diaconato ordinato è di natura culturale. Ha osservato che alcune culture non riescono ad accettare le donne in tali posizioni. Pur non specificando quali culture non accettino le diacone, sappiamo che molte culture laiche in tutto il mondo precludono alle donne l’accesso ad attività di rilievo. Tuttavia, dobbiamo riconoscere anche che la ben nota cultura del clericalismo rappresenta un problema significativo nella Chiesa a livello mondiale».
Chi decide in Vaticano?
– Lei descrive un episodio in cui il card. Ratzinger si rifiutò di promulgare un documento della sottocommissione della Commissione teologica internazionale (CTI) favorevole alle diacone. Cosa ci dice questo su come vengono effettivamente prese le decisioni in Vaticano?
«Il discernimento e la decisione sono atti distinti. Indipendentemente da ciò che una commissione discerne, sono gli ufficiali della curia a formulare raccomandazioni al papa, che è il decisore finale. Anche il Sinodo sui laici del 1987 affrontò la questione delle donne nella Chiesa, ma, una volta completato l’iter, la dichiarazione sulla discriminazione contro le donne fu modificata in “discriminazione immeritata contro le donne”. Ciò significava forse che esistesse contro le donne una “discriminazione meritata”?».
Qual è il vero scisma che si rischia
– Lei ha fatto parte della prima delle commissioni istituite da papa Francesco (2016-2018). In che modo quell’esperienza ha cambiato la sua comprensione del motivo per cui la Chiesa trova così difficile decidere su questa questione?
«La Chiesa – il popolo di Dio – ha deciso che le donne possono e devono essere riammesse al diaconato ordinato. Molti nella gerarchia non sembrano ancora d’accordo, e i contrari minacciano uno scisma. A quanto pare non vedono lo scisma che sta già avvenendo, e che le donne stanno lasciando la Chiesa, insieme ai loro mariti e ai loro figli».
Il principio di sussidiarietà
– Lei propone il principio di sussidiarietà: lasciare che siano i vescovi locali a decidere in base alle esigenze della propria diocesi. Questa soluzione non rischia di creare «due Chiese»: una in cui le donne sono diaconi e una in cui non lo sono?
«Il principio di sussidiarietà è un pilastro fondamentale dell’ecclesiologia della Chiesa. Alcune conferenze episcopali e diocesi sono state più lente di altre nel ripristinare il diaconato come vocazione permanente per gli uomini in seguito al concilio Vaticano II. Alcune hanno ignorato le modifiche al diritto canonico apportate da papa Francesco a proposito dei laici che vengono istituiti come lettori e accoliti anche se non si stanno preparando all’ordinazione. Altre ignorano il nuovo ministero laico di catechista. L’espressione «due Chiese» è una formula di sintesi per indicare le numerose Chiese in tutto il mondo, alcune delle quali sono più lente di altre nell’allinearsi a quanto proposto dal Vaticano».
I tabù sul corpo delle donne
– Lei parla apertamente della misoginia e dei tabù che circondano il corpo delle donne come della vera essenza della controversia, che non sarebbe solo teologica. Ritiene che questa dimensione sia discussa con sufficiente franchezza nella Chiesa, anche nell’Europa centrale e orientale?
«Non posso esprimermi sull’attuale misoginia nelle varie aree dell’Europa, ma vi sono prove considerevoli della sua esistenza nella Chiesa medievale. In Occidente, papa Gelasio I era scandalizzato dal fatto che le donne si trovassero all’altare, vicino al sacro. In Oriente, Matteo Blastares, un monaco greco bizantino del XIV secolo a Salonicco, scrisse che le donne venivano certamente ordinate diaconi, ma erano bandite dall’altare a causa delle loro mestruazioni. È ancora in vigore oggi il documento del concilio Vaticano II del 1967, Musicam sacram, che vieta alle coriste di accedere al presbiterio».
Una diacona nell’ortodossia
– Lei indica quella delle Chiese ortodosse, citando la recente ordinazione di una diacona in Africa con il permesso del patriarca greco-ortodosso di Alessandria, come una possibile via da seguire. Il dialogo ecumenico ha il potenziale per accelerare il cambiamento nella Chiesa cattolica?
«Penso che sarebbe importante che il Vaticano riconoscesse l’ordinazione della diacona Angelique, avvenuta nel 2024 ad Harare, in Zimbabwe, che il Sinodo di Alessandria e di tutta l’Africa ha affermato essere sacramentale. La Chiesa cattolica riconosce che gli ordini ortodossi sono leciti e validi. Riconoscere il ripristino dell’antica tradizione delle diacone ordinate nell’ortodossia sarebbe un grande passo avanti per la Chiesa cattolica».
Come convincere Leone XIV
– Lei ha affermato che vorrebbe dire a papa Leone XIV che non vi è alcun ostacolo dottrinale che vieti l’ordinazione delle donne al diaconato. Come lo convincerebbe a compiere passi concreti? Vede segnali che questo pontificato possa spingersi più lontano in quella direzione rispetto a quello di papa Francesco?
«Poiché non vi è alcun ostacolo dottrinale al ripristino delle donne nel diaconato ordinato, e poiché papa Leone XIV ha indicato la “cultura” come la barriera all’ordinazione delle donne come diaconi, spetta al popolo di Dio (compresa la gerarchia) chiedergli di ripristinare la reputazione, di cui la Chiesa gode, di essere controculturale e di affermare la vera umanità delle donne. Deve “dire” con i fatti che le donne sono create a immagine e somiglianza di Dio e che possono davvero rispecchiare Cristo nella pienezza della sua – e della loro – umanità».
Se neppure Benedetto si è pronunciato contro
– Lei ha lavorato su questo tema per decenni – come studiosa, ma anche come partecipante agli stessi processi che descrive. Dopo tutti questi anni di ricerca, quale considera la sua scoperta più importante, qualcosa che ha sorpreso persino lei? E cosa le impedisce di cedere alla rassegnazione o alla frustrazione?
«La mia riflessione più importante è che, sebbene papa Benedetto fosse un teologo di grande eleganza e la persona più qualificata per redigere una dichiarazione dottrinale contro l’ordinazione delle donne al diaconato, non lo fece. Molti anni fa mi fu detto che un atteggiamento ostile alle donne, radicato all’interno del ceto clericale, sarebbe stato l’ostacolo più difficile da superare per riportare le donne al ministero diaconale ordinato. Preferisco aiutare la Chiesa a sensibilizzare i suoi fedeli sulle possibilità per il futuro piuttosto che lamentarmi dei suoi fallimenti nel passato».
Questa intervista di David Gospodarek a Phyllis Zagano, qui in una traduzione dall’inglese all’italiano a cura di Denver M. Beattie, è stata pubblicata il 29 settembre 2026 sul sito della rivista polacca Tygodnik Powszechny.
Phyllis Zagano
Giornalista
